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Veganesimo grassofobico e cultura della dieta [ITA-ESP-ENG]

Estratto da jauría, numero 2, volume 1, estate 2016.

Non è un caso isolato che il veganesimo diventi sinonimo di salute e magrezza,  un’argomentazione in più per promuoverlo. Ma, cosa c’è dietro l’associazione tra veganesimo e magrezza? Non stiamo riproducendo una forma di violenza per combatterne un’altra?

Disegno della faccia di una persona umana, si vedono solo gli occhi e le mani che reggono una ciotola, come se stesse mangiando direttamente senza posate.

Iniziamo definendo cos’è la grassofobia

Potremmo definire la grassofobia come qualsiasi espressione di rifiuto dei corpi grassi o dell’idea stessa di grassezza. Questo rifiuto può presentarsi in relazione ad altri corpi o al proprio. La grassofobia si manifesta sotto forma di stigma e giudizio verso i corpi grassi, sui quali si proiettano certe caratteristiche come l’incapacità di fare esercizio fisico, l’assenza di igiene, il sedentarismo, la malattia, l’assenza di sessualità o desidero o addirittura di sentimenti come la simpatia.

I corpi grassi occupano nella nostra società uno spazio di tensione, un modo scomodo e sbagliato di abitare il corpo. Il corpo grasso non si accetta in quanto tale, bensì come un corpo potenzialmente magro (cioè: potenzialmente sano, bello, desiderabile, accettabile…).

In modo simile alregime eterosessuale, in cui l’eterosessualitàviene vista come obbligatoria, nella nostra società esiste una struttura di potere che s’impone sui corpi nella forma di un fisico ideale magro.

Chi sfugge all’imposizione della magrezza viene punit, in particolare attraverso il rifiuto sociale. Un esempio è l’accessibilità limitata a certi spazi non preparati per i corpi grassi o, spesso, al mondo lavorativo, ad esempio quando si lavora con il pubblico.

L’associazione grassezza = malattia racchiude una logica di patologizzazione dei corpi che giustifica l’ingerenza sociale sui corpi dissidenti, che diventano oggetti sui quali chiunque si sente legittimat ad esprimere la propria opinione. I corpi grassi vengono percepiti come corpi malati che “devono essere salvati”, negando in questo modo la loro autonomia e limitandoli violentemente. Il “consiglio” (quello che nessun ha mai chiesto) è un modo di esercitare violenza, di punire e reprimere ogni corpo che sfugga all’idea di magrezza, è un modo di indicare qual è il modo giusto di essere. Quindi, associare salute e bellezza a magrezza è una forma di (auto)controllo e (auto)repressione dei corpi per adattarli al modello egemonico magro.

Il sentirsi obbligate ad essere magre è strettamente collegato ai comandamenti di genere etero-patriarcali. La cultura della magrezza obbligatoria ha ripercussioni sociali di violenza corporea: i disturbi del comportamento alimentare sono uno dei principali problemi delle società capitaliste occidentali, il controllo della taglia e del peso e le diete hanno conseguenze sul modo in cui viviamo e abitiamo i nostri corpi e, partendo da quel vissuto, nel rapporto con l’ambiente e le altre persone.

La grassofobia, come espressione di dominio capitalista, controlla i nostri pensieri e si appropria dell’immaginario sociale, questo provoca la violenza che esercitiamo o riceviamo sui nostri corpi e che proiettiamo sui corpi delle altre persone. Questo meccanismo di controllo è così forte che addirittura essendo consapevoli della sua esistenza, lottandovi contro e desiderando con tutte le nostre forze che scompaia, non smettiamo di sentirlo e praticarlo. Inoltre, non si limita ai settori più consumisti, ma è diffuso anche nei settori più politicizzati e insurrezionali della società. Creata l’immagine, distrutto il corpo. Siamo cerchi in mondo che richiede rettangoli. E devi sopportare, se riesci, sennò: ecco la tua dieta.

Veganesimo=dieta?

Negli ultimi anni (nei quali il termine vegano è diventato popolare) sempre più frequentemente si è definito il veganesimo come una dieta senza ingredienti di origine animale (latticini, carni, pesci, frutti di mare, uova o miele), lasciando da parte gli altri aspetti di lotta che questa pratica di vita implicherebbe.

Se ritorniamo all’origine del concetto, spiegare il veganesimo come se fosse una dieta sarebbe limitante. Il veganesimo potrebbe intendersi come la messa in pratica dei valori antispecisti, cioè: il rifiuto del dominio e sfruttamento delle animali non umane da parte delle esseri umane.

In questo senso il veganesimo non si limiterebbe all’ambito dell’alimentazione, ma comporterebbe anche trasformazioni nel consumo di prodotti testati su animali, quelli composti da tessuti animali o dalle loro pelli per vestiti, gli spettacoli dove si sfruttano animali non umane e, in alcuni casi, una riflessione critica (con le conseguenti pratiche) sul modo in cui ci relazioniamo tra umane e non umane.

Ma, per tornare al nostro argomento, è vero che una parte del veganesimo comporta modifiche nella dieta e consumo di alimenti da parte di chi decide di mangiare vegano. Queste modifiche si tradurrebbero nell’astensione dal consumo di certi alimenti, quelli di origine animale. Tuttavia, il motivo di quest’astensione non è intrinsecamente legato alla cultura della dieta (che verrà spiegata successivamente), bensì è legato al rifiuto di considerare gli altri animali come prodotti e smettere di consumarli come parte di questo rifiuto attivo allo specismo.

Il problema sorge quando, in un tentativo di avvicinare il veganesimo a più persone possibili e, come se fosse una campagna pubblicitaria, facciamo uso dei concetti che il sistema crea per noi. Concetti che non sono neutrali, ma corrispondono ad una logica di dominio corporeo e di genere.

La cultura della dieta è la divulgazione e normalizzazione della dieta come meccanismo di controllo corporeo. Il tipo di dieta che si promuove da quest’ottica magro-centrica e patriarcale ha come obiettivo la riduzione del peso o delle misure corporee e si realizza attraverso la restrizione alimentaria (e spesso si abbina a certi sport per bruciare calorie o grassi e al consumo di certi prodotti dietetici o medicine).

La cultura della dieta non può essere capita senza tenere conto del contesto capistalista consumista: un sistema che ti vende (impone) alimenti transgenici e cibo spazzatura da un lato e dall’altro ti offre creme e pastiglie per dimagrire, diete, prodotti light, operazioni chirurgiche come la liposuzione o la riduzione dello stomaco, ecc.

Questa logica perversa ha un preciso fine: esercitare controllo sui corpi affinché siano fatti in un certo modo (secondo lo standard egemonico: magri, “belli”, femminili, bianchi, eterosessuali…) e trarre da esso un beneficio economico partendo dal consumo. Le aziende farmaceutiche, i negozi dietetici o i centri estetici basano i loro profitti su questa logica.

La cultura della dieta ha ripercussioni nefaste sui corpi delle persone, facendoci credere che possiamo adattarci a un solo modello corporeo (che in realtà è irraggiungibile nella maggior parte dei casi) e obbligandoci a esercitare violenza contro noi stesse e le altre per inseguire quell’obiettivo.

Tornando alla critica alla grassofobia, ridurre il potenziale etico e politico del veganesimo (come posizione di giustizia sociale¹) ad una dieta con meno grassi, light, “sana”, può essere vantaggioso per gli altri  animali nell’immediato (anche se si tratta di un’affermazione discutibile), ma nel frattempo perpetua tutto un sistema di violenza corporea.

Da un altro lato, incentrare il veganesimo in discorsi sulla salute ci porta a lasciare da parte chi davvero subisce² questo sistema di oppressione: le animali non umane. Tutti gli aspetti positivi³ per il corpo umano di una dieta vegana sono vantaggi collaterali di un obiettivo non antropocentrico, che è dare valore alla vita e al corpo delle animali non umane. “Vendere” il veganesimo come una dieta dimagrante ci allontana dalla liberazione animale e ci posiziona in complicità con la grassofobia e la cultura della dieta.

Perché mai allora è così difficile capire che esistono persone grasse e vegane? Perché ancora si dà per scontata la magrezza delle vegane. I corpi vegani sono e sono sempre stati vari.

Il veganesimo è stato per troppo tempo associato al pacchetto magrezza=salute. Anche se non ci dimentichiamo che è frequente pure lo stereotipo della persona vegana come anemica carente di proteine (questo pregiudizio è meno benefico per la diffusione del veganesimo).

Forse un punto importante è capire la diversità corporea, di misure e taglie esistenti anche tra le vegane ed essere critiche coi sistemi di dominio che possiamo riprodurre quando tentiamo di promuovere il rispetto per le altre animali.

Disegno di un elefante e un donna grassa bianca nuda al centro. Attorno a loro si legge la poesia: “Di voi, del vostro desiderio di dominio, del vostro SISTEMA, della vostra normalità, dei vostri spettri ristretti, scappiamo e scoppiamo. Perché tanto desiderio di vita, libertà non possono essere contenuti nel vostro mondo, perciò noi, i nostri corpi, diventiamo DISSIDENTI”.

Capitalismo, veganesimo, genere e l’affare delle diete

Il capitalismo si appropria delle diete come meccanismi di controllo che generano profitto. Tutte le diete sono fomentate o imposte, senza eccezioni. Perché se sei grassa hai una dieta restrittiva che ti aspetta per diventare chi devi essere (con creme, fasce, palestre, terapie). Ma se sei un_ neonat o un_ bambin si rivolgono al nutrizionismo per creare manuali su ciò che è una dieta sana per ciascuna delle fasce d’età; e tu non hai via d’uscita, perché le tue madri, le tue scuole e le tuoi pediatre prendono quel manuale alla lettera, senza metterlo in discussione, senza comprendere veramente cosa dice e senza criticare le aziende che lo sovvenzionano e lo portano a dire quello che dice. E anche quando sei una persona adulta, ti perdi in un mondo nel quale non vedi le alternative che esistono, che sono troppo costose o che richiedono troppo tempo e sforzo. Ti arrendi perché il supermercato ha di tutto, è vicino e non chiude mai (schiavizza degli esseri umani), quando fai la spesa è più economico comprare 5 invece di 1 e finisce che mangi cibo da supermercato tutta la settimana. Oppure sorgono alternative e, quando diventano forti, il capitalismo se ne appropria e così mangi sempre quello che vogliono loro. Per uscire da questo devi lottare per mangiare e, dato che è una cosa che fai più volte al giorno, devi farti forza, politicizzare il tuo modo di mangiare e lottare mangiando.

Dov’è il veganesimo in tutto questo? È dappertutto. Perché, senza essere stato mangiato o bevuto, il veganesimo si è unito ai vari meccanismi di oppressione. Perché se sei vegana i tuoi genitori, i tuoi vicini, i camerieri dei bar pensano che sei a dieta, che ti preoccupi per il tuo peso. Perché: vegana e grassa? È impossibile, stai barando. A questo punto non solo esercitano violenza sul tuo corpo, ma disprezzano la tua capacità e il tuo interesse politico; perché a noi ovviamente interessano solo il dimagrimento e i vestiti.

Quando pensi che tra vegane sei al sicuro, ti ritrovi umane che si definiscono vegane associando il veganesimo ad una mera dieta, cercando la magrezza o la salute. E la struttura politica ed etica che hai costruito con le tue mani e le tue unghie viene nascosta e sminuita; il discorso, il contenuto scompare. Allora spunta il capitalismo: le stesse aziende che fanno profitti schiavizzando animali, fomentando il loro consumo e sfruttamento, mostrano un’altra faccia e si appropriano del veganesimo, lo fanno diventare una moda e creano prodotti elitari che chiamano vegani. Da un lato e dall’altro i soldi ed il potere sono loro. E non finisce qui: compaiono vegane con un discorso politico che utilizza la grassofobia e altre forme di oppressione per promuovere il veganesimo.

E quando stai per scoppiare compare il femminismo che critica la cultura della dieta e ti accusa di fomentarne una nuova, ancora più restrittiva. Ti si spezzano le ossa, ti sanguina la gola a furia di urlare che tutto ciò non c’entra col veganesimo; le tue parole rimangono inascoltate. Pensi: da quando appropriarsi dei corpi delle altre per mangiarseli e cedere all’imposizione capitalista sarebbe una lotta?

Perché in realtà… dov’è il veganesimo in tutto questo? Da nessuna parte. Il veganesimo è una posizione, una lotta politica ed etica secondo la quale si rinuncia allo sfruttamento, alla reclusione e alla schiavitù delle animali umane e non umane. Solo una parte di esso ha a che fare con ciò che si mangia, ma questa parte è compresa nel rifiuto a trattare le animali come prodotti o schiave, rifiutando questo tipo di consumo. Niente, non c’entra niente con la taglia dei nostri corpi, di nessun corpo. C’entra con l’empatia e la solidarietà con le oppresse. Perché vegane siamo noi e non gli alimenti, né tantomeno quelli creati dal capitalismo, giacché per smettere di consumare animali non hai bisogno che una azienda ti crei un prodotto: può dartelo la terra.

Sappiatelo: siamo vegane perché non vogliamo contribuire allo sfruttamento di individui; ci interessa la grassofobia soltanto per distruggerla; non siamo adoratrici della magrezza come modello dominante; la moda la buttiamo nel cestino; tutti i meccanismi e strutture create dal capitalismo ci fanno schifo.

Contro ogni tipo di oppressione corporea

L’oppressione specista alla quale gli animali non umani sono sistematicamente sottomessi può intendersi come una forma di oppressione ancorata ad un tipo di corpo concreto: quello non umano.

Storicamente, il non umano, il femminile, quello che esce dallo standard di bellezza di turno ha rappresentato ciò che viene deriso, ciò che viene rifiutato: chi non merita rispetto.

La proposta che facciamo è di porre il corpo al centro, come luogo in cui si manifesta quest’oppressione e sul quale si esercita quel potere che rifiutiamo. Come vegane coscienti delle oppressioni di genere e del corpo, sentiamo il bisogno di fare autocritica, perché non tutto vale nella diffusione del veganesimo.

In questi tempi di capitalismo feroce il corpo è la nostra tana, il nostro spazio nel mondo. Non sarebbe meglio generare alleanze fra mucche, balene, foche, elefantesse e umane? Avviciniamoci di più fra di noi, diverse, ogni giorno un po’ di più a posto nei nostri corpi. Non facciamo il gioco dei potenti che ci separano e ci mettono in competizione.

Perché per per molte di noi liberazione animale significa ampliare il ventaglio dei corpi che meritiamo rispetto: non accettiamo la discriminazione in base al peso, alla taglia o alla specie.

Note alla Traduzione:

¹ Traduciamo l’espressione “Giustizia Sociale” letteralmente nonostante il termine non ci soddisfi. Anche se l’intenzione è quella di rimandare a una società che si regoli secondo il principio dell’equità, questa espressione è stata usata con regolarità all’interno del sistema politico istituzionale e da alcuni movimenti che non ci rappresentano. Per questa ragione e per l’ovvio richiamo al sistema giudiziario prendiamo le distanze da questo termine.

² La traduzione originale sarebbe stata “le vere vittime” ma vogliamo distanziarci da una prospettiva vittimizzante delle animali non umane e riconoscere loro la capacità e la volontà di reagire alla violenza che subiscono

³ Con aspetti positivi di una dieta vegana, a scampo di equivoci, non si intende il dimagrimento ma la riduzione del rischio di patologie cardiovascolari e la prevenzione di alcuni tumori


ESP:

Veganismo gordófobo y cultura
de la dieta

No es un caso aislado en la promoción del veganismo hacer de la salud, y la delgadez como su sinónimo incuestionado, un argumento. Pero… ¿Qué hay detrás de la asociación entre veganismo y delgadez? ¿No estaremos reproduciendo un tipo de violencia para intentar acabar con otra?

Dibujo de la cara de una persona humana, se ven sólo los ojos y las manos que sostienen un cuenco, como si estuviera comiendo directamente sin cubiertos.

Empecemos  por el principio: ¿Qué es la gordofobia?

Podríamos definir la gordofobia como cualquierexpresión de rechazo a los cuerpos gordos o a la mera idea de la gordura. Este rechazo puede expresarse en relación a otros cuerpos o al propio. La gordofobia se manifiesta en forma de estigma y juicio sobre las corporalidades gordas, sobre las que se asumen ciertas características como la incapacidad para el ejercicio físico, la falta de higiene, el sedentarismo, la enfermedad, la ausencia de sexualidad o deseo e incluso tópicos como la simpatía.
Los cuerpos gordos ocupan en nuestra sociedad un espacio de tensión, una forma incómoda e indebida de habitar el cuerpo. El cuerpo gordo no se acepta por sí mismo, sino como un cuerpo potencialmente delgado (esto es: potencialmente sano, bello, deseable, aceptable…)
De una forma similar a la que funciona el régimen heterosexual, según el cual se asume la heterosexualidad como forma de relación obligatoria, en nuestra sociedad existe una estructura de poder que se impone sobre los cuerpos en forma de un ideal corporal delgado.
Quien escape de la imposición de la delgadez es castigada, especialmente a través de dicho rechazo social. Un ejemplo sería la accesibilidad limitada a ciertos espacios no preparados para las  corporalidades gordas o, a menudo, al ámbito laboral, como por ejemplo en los trabajos de cara al público.
La relación gordura = enfermedad encierra una lógica de patologización de los cuerpos que justifica la intromisión social en las corporalidades disidentes, convirtiéndose estas en un lugar público sobre el que cualquiera tiene derecho a opinar. Los cuerpos gordos son leídos como cuerpos enfermos que “deben ser salvados”, negando de esta forma su autonomía y limitándolos violentamente. El “consejo” (es que nadie pidió) es una forma de ejercer violencia, de castigar y reprimir a todo aquel cuerpo que se sale de la delgadez, de indicar cuál debe ser su camino. Por tanto, la asociación de la salud y la belleza con la delgadez es un mecanismo de (auto)control y (auto)represión de los cuerpos para adaptarse al modelo hegemónico delgado.
Esta obligación de ser delgada tiene una estrecha relación con los mandatos de género
heteropatriarcales. La cultura de la delgadez obligatoria tiene repercusiones sociales de violenciacorporal: los trastornos de la conducta alimentaria son uno de los principales problemas de las sociedades capitalistas occidentales, el control de la talla y el peso y las dietas tienen consecuencias en la forma en que las personas vivimos y habitamos nuestros cuerpos y, a partir de esa vivencia, en las relaciones con el entorno y con les otres.
La gordofobia, como expresión de dominio capitalista, controla nuestros pensamientos y se adueña del imaginario social, y esto provoca la violencia que ejercemos o recibimos sobre nuestros cuerpos y que proyectamos sobre los cuerpos de otres. Y este mecanismo de control es tan fuerte que incluso conociendo su existencia, militando en su contra y deseando que desaparezca con todas nuestras fuerzas no dejamos de sentirlo y practicarlo. Es más, no está cercado a los sectores más consumistas sino que también tiene buena cabida en los sectores más politizados e insurgentes de la sociedad. Y creada la imagen, destruido el cuerpo. Somos círculos en un mundo donde se quieren rectángulos. Y aguántalo, si puedes, que si no, aquí está tu dieta.

¿Veganismo = dieta?

En los últimos años, en los que se ha popularizado el término, se ha hecho cada vez más frecuente una definición del veganismo como una dieta sin ingredientes de origen animal (lácteos, carnes, pescados, mariscos, huevos o miel), dejando de lado otros frentes de lucha de lo que esta práctica de vida implicaría. 
Si retornamos al origen del concepto, explicar el veganismo como una dieta se quedaría corto. El veganismo podría entenderse entonces como la puesta en práctica de los valores antiespecistas, es decir: el rechazo a la dominación y explotación de les animales no humanes por parte de les humanes.
Entendiéndolo así, el veganismo no se limitaría alámbito de la alimentación sino que también supondría transformaciones en el consumo de productos testados en animales, los compuestos por tejidos animales o sus pieles como vestimenta, los espectáculos donde se explotan animales no humanes y, en última instancia, implicaría también toda una reflexión crítica (hacia la aplicación práctica) sobre las formas en que humanes y no humanes nos relacionamos.
Pero volviendo al tema que nos atañe, es cierto que hay una parte del veganismo que lleva a una modificación en la dieta o ingesta de alimentos de quienes lo adoptan. Esta modificación pasaría por una restricción alimentaria de algunos alimentos,
justamente aquellos de origen animal. La causa de esta restricción, no obstante, no está relacionada por sí misma con la cultura de la dieta (explicada a continuación), sino con la negativa a considerar a los demás animales como productos y dejar de consumirlos como parte de este rechazo activo al especismo.
El problema está cuando, en un intento por acercar el veganismo a más personas y como si de una campaña publicitaria se tratara, hacemos usos de lasasociaciones que el sistema crea para nosotras.
Asociaciones que no son neutrales, sino que corresponden con una lógica de dominación corporal y de género.
La cultura de la dieta es la popularización y normalización de la dieta como mecanismo de control corporal. El tipo de dieta que se promueve desde esta óptica delgadocéntrica y patriarcal tiene como fin la pérdida de peso o la reducción de la talla corporal y se realiza a través de la restricción alimentaria (y a menudo se combina con ciertos deportes para quemar calorías o grasas y el consumo de diversos productos dietéticos o medicinas).
La cultura de la dieta no puede entenderse sin atender al contexto de un capitalismo de consumo: un sistema que te vende (impone) alimentos transgénicos y comida  basura por un lado y por otro te ofrece cremas y pastillas para adelgazar, dietas, líneas de alimentos light, operaciones quirúrgicas como liposucciones o reducciones de estómago, etc.
Esta lógica perversa tiene un fin concreto: ejercer control sobre los cuerpos para que sean de determinada manera (según el estándar hegemónico: delgados, “bellos”, femeninos, blancos, heterosexuales…) y mantener con ello un beneficio económico a partir de ese consumo. Las farmacéuticas, las cadenas dietéticas o los centros estéticos basan sus ingresos en esta lógica.
La cultura de la dieta tiene repercusiones nefastassobre los cuerpos de las personas, haciéndonos creer que podemos adaptarnos a un solo modelo corporal (que en realidad es inalcanzable en la mayoría de los casos) y obligándonos a ejercer violencia contra nosotres mismes y les otres para lograr ese objetivo.
Recuperando la crítica a la gordofobia, reducir el potencial ético y político del veganismo (como una posición de justicia social) para entenderlo como una dieta más baja en grasas, light, “sana”, puede ser un beneficio para les demás animales a corto plazo (algo por otro lado bastante cuestionable), pero mientras tanto, perpetúa todo un entramado de violencia corporal.
Por otro lado, centrar en la salud el veganismo nos lleva a dejar de lado a las verdaderas víctimas de esta opresión: les animales no humanes. Todo lo positivo de una dieta vegana para el cuerpo humano son beneficios colaterales de un fin no antropocéntrico, que es el de otorgar valor a la vida y el cuerpo de les animales no humanes. “Vender” el veganismo como una dieta adelgazante nos aleja de la liberación animal y nos sitúa en una posición de complicidad con la gordofobia y la cultura de la dieta.
¿Por qué es si no tan complejo entender que existamos personas gordas y veganas? porque de nuevo se asume la delgadez obligatoria de les veganes. Los cuerpos veganos somos y siempre hemos sido diversos.
El veganismo lleva demasiado tiempo asociado al pack delgadez = salud. Aunque no olvidemos que también es frecuente (y es un prejuicio poco beneficioso para la difusión del veganismo) esa proyección de la persona vegana como anémica carente de proteínas.
Quizá la clave está en comprender la diversidad corporal, de tamaños y tallas existentes también entre les veganes y ser críticas con los sistemas de dominación que podemos reproducir para tratar de promover el respeto hacia les demás animales.
Dibujo de un elefante y de una mujer gorda blanca desnuda en el centro. A su alrededor se puede leer la poesia: “De vosotros, de vuestro afán de dominación, de vuestro SISTEMA, de vuestra normalidad, de vuestros estrechos espectros escapamos y reventamos. Porque tanto afán de vida y libertad no cabe en vuestro mundo, por ello nosotres, nuestros cuerpos, nos tornamos DISIDENTES”.

Capitalismo, veganismo, género y el negocio de las dietas

El capitalismo se reapropia de las dietas como
mecanismos de control que generan dinero. Todas y cada una de las dietas son fomentadas o impuestas, nada se le escapa. Porque si estás gorda, tienes una dieta restrictiva esperándote para ser como debes (con cremas, fajas, gimnasios, terapias). Pero si eres un bebé o une niñe le dan una vuelta al nutricionismo para crear manuales de cuál es una dieta saludable para cada una de las franjas de edades; y no tienes salida, porque tus madres, tus colegios y tus pediatras se acogen a ese manual sin soltarlo, sin ningún tipo de planteamiento sobre lo que dice, o sobre cuál es la empresa que lo subvenciona y que lo conduce a decir lo que dice. Y aunque seas adulte, te pierdes en un mundo en el que no ves las alternativas que existen, o estas son tan costosas, que no hay tiempo y esfuerzo en el mundo; te rindes, porque el supermercado está cerca, tiene de todo y nunca cierra (tiene humanes
esclavizades) y cuando llegas te sale más barato comprar 5 que 1, y estás toda la semana comiendo de super. O porque surgen las alternativas y cuando se vuelven fuertes, el capitalismo se apropia de ellas, y así siempre comes lo que mandan. Y para salir de esto, resulta que hay que luchar para comer, para algo que haces varias veces al día, tienes que coger fuerza, politizar tu forma de comer, y luchar comiendo.
Y ¿dónde está el veganismo en todo esto? Pues en todas partes. Porque sin comerlo ni beberlo, el veganismo y los distintos mecanismos de opresión se han unido en el camino. Porque si eres vegana, tus padres, tus vecines, les camareres de los bares piensan que estás a dieta, que te preocupas por tu línea (aunque ni siquiera sepas dónde está esa línea de la que tanto hablan), porque ¿vegana y gorda?, eso es imposible, eso es que haces trampas. Y ya no solo ejercen violencia sobre tu cuerpo,  menosprecian tu capacidad política y tu interés en ella, ya que a nosotras solo nos interesa adelgazar y los vestidos. 
Y cuando piensas entre veganes estoy a salvo, te encuentras con humanes que se llaman veganes y lo hacen asociando el veganismo a una mera dieta, buscando la delgadez o la salud. Y la estructura política y ética que has construido con tus manos, tus uñas, es escondida y reducida; el discurso, el contenido desaparece. Y entonces el capitalismo mete la cabeza y las empresas que se forran esclavizando animales, que fomentan el consumo de individuos y de la explotación de estos, muestran otra cara y se adueñan del veganismo, lo vuelven una moda, y crean productos elitistas que llaman veganos. Por un lado y otro el dinero y el poder es suyo. Y ahí no termina: aparecen veganes con discurso político que utilizan la gordofobia entre otras formas de opresión para hacer anuncios a favor del veganismo.
Y cuando ya estás a punto de explotar aparece el feminismo y te acusa de fomentar una dieta restrictiva, aunque se te fracture el esternón, te sangre la garganta de tanto gritar que eso no es el veganismo, tus palabras suenan sordas. Y piensas ¿en qué momento ceder a la imposición capitalista, apropiarte de los cuerpos de otres para comértelos, es una lucha?
Porque en realidad ¿dónde está el veganismo en todo esto? En ninguna parte. El veganismo es una posición, una lucha política y ética, según la cual se renuncia a la explotación, al encierro y la esclavitud de los animales, humanes o no humanes; y solo una parte de él se relaciona con lo que se come, pero esta parte entra dentro de la negativa a participar en el trato de les animales como productos o como esclavos, rechazando este tipo de consumo. Nada, nada va con la silueta de una, de otra, de todas. Va con la empatía y la solidaridad con les oprimides. Porque el discurso y el contenido están llenos. Y porque veganes somos nosotres y no los alimentos, y mucho menos los creados por el capitalismo, pues para no csumir animales ni la explotación de estos, no necesitas una empresa que te cree un producto, ya te los da la tierra.
Y entérense: Somos veganes porque no queremos contribuir a la explotación de individuos; la gordofobia solo nos interesa para destruirla; los adoradores de la delgadez como única forma están fuera de nosotres; las modas nos sobran; y todos estos mecanismos y estructuras creadas por el capitalismo nos dan asco.

Contra todo tipo de opresión corporal

La opresión especista a la que los animales no humanos son sistemáticamente sometidos puede entenderse también como una opresión anclada a una corporalidad concreta: la no humana.
Históricamente, lo no humano, lo femenino, lo que se sale del estándar de belleza de turno ha sido lo degradado, lo rechazado: aquelles que no merecen respeto.
La propuesta presente va por el camino de poner el cuerpo como el eje, el lugar donde se manifiesta esa opresión y hacia donde se ejerce ese poder que rechazamos. Como veganas conscientes de las opresiones de género y en base a la corporalidad, sentimos necesario hacer autocrítica, porque no todo vale en la difusión del veganismo.
En estos tiempos de capitalismo feroz, el cuerpo es nuestra madriguera, nuestro espacio en el mundo. ¿No será mejor que generemos alianzas entre vacas, 
ballenas, morsas, elefantas y humanas? Acerquémonos más entre nosotres, diversas, cada día un poco más conformes con nuestros cuerpos. Y no hagamos el juego a los poderes que nos separan y nos ponen a competir.
Porque para muchas de nosotras liberación animal es ampliar el abanico de los cuerpos que merecemosrespeto: no aceptamos la discriminación ni por peso, ni por talla, ni por especie.

ENG:

translation of an abstract from Jauría, number 2, volume 1, summer 2016

Fatphobic Veganism And Diet Culture

It is not an isolated case that veganism has become synonymous with health and thinness, one more argument for promoting it. But, what is behind the association between veganism and thinness? Aren’t we reproducing one form of violence to fight another?

Drawing of the face of a human person, only the eyes can be seen and the hands holding a bowl, as if eating directly without cutlery.

Let’s start by defining what fatphobia is

We could define fatphobia as any expression of rejection of fat bodies or of the very idea of fatness. This rejection can occur in relation to other bodies or to one’s own body. Fatphobia manifests itself in the form of stigma and judgement towards fat bodies, on which certain characteristics are projected such as inability to exercise, lack of hygiene, sedentarism, illness, lack of sexuality or desire or even feelings such as sympathy.

Fat bodies occupy a space of tension in our society, an uncomfortable and wrong way of inhabiting the body. The fat body is not accepted as such, but as a potentially thin body (i.e.: potentially healthy, beautiful, desirable, acceptable…).

Similar to the heterosexual regime, where heterosexuality is seen as obligatory, in our society there is a power structure that imposes itself on bodies in the form of an ideal thin physique.

Those who escape the imposition of thinness are punished, in particular through social rejection. An example of this is the limited accessibility of certain spaces that are not prepared for fat bodies or, often, the working world, for example when working with the public.

The association fatness = disease encompasses a logic of pathologisation of bodies that justifies social interference on dissident bodies, which become objects on which anyone feels entitled to express their opinion. Fat bodies are perceived as sick bodies that ‘must be saved’, thus denying their autonomy and violently restricting them. The ‘advice’ (the one that no one has ever asked for) is a way of exercising violence, of punishing and repressing any body that escapes the idea of thinness, it is a way of indicating what is the right way to be. Thus, associating health and beauty with thinness is a form of (self)control and (self)repression of bodies to fit the hegemonic thin model.

Feeling obliged to be thin is closely linked to hetero-patriarchal gender commandments. The culture of compulsory thinness has social repercussions of bodily violence: eating disorders are one of the main problems of Western capitalist societies, the control of size and weight and diets have consequences on the way we live and inhabit our bodies and, starting from that experience, in our relationship with the environment and other people.

Fatphobia, as an expression of capitalist domination, controls our thoughts and appropriates the social imaginary, which provokes the violence we exert or receive on our bodies and which we project onto the bodies of other people. This control mechanism is so strong that even being aware of its existence, fighting against it and wishing with all our might that it would disappear, we do not stop feeling and practising it. Moreover, it is not limited to the most consumerist sectors, but is also widespread in the most politicised and insurrectionary sectors of society. Created the image, destroyed the body. We are circles in a world that demands rectangles. And you have to put up with it, if you can, if not: there’s your diet.

Veganism=diet?

In recent years (in which the term vegan has become popular) veganism has increasingly been defined as a diet without ingredients of animal origin (dairy products, meat, fish, seafood, eggs or honey), leaving aside the other struggling aspects that this lifestyle practice would entail.

If we return to the origin of the concept, explaining veganism as if it were a diet would be limiting. Veganism could be understood as the implementation of anti-speciesist values, that is to say: the rejection of the domination and exploitation of non-human animals by humans.

In this sense, veganism would not be limited to the area of diet, but would also involve changes in the consumption of products tested on animals, those made from animal textiles or their skins for clothing, shows where non-human animals are exploited and, in some cases, a critical reflection (with consequent practices) on the way we relate to humans and non-humans.

But, to return to our topic, it is true that part of veganism involves changes in diet and food consumption by those who decide to eat vegan. These changes would take the form of abstaining from the consumption of certain foods, those of animal origin. However, the reason for this abstention is not intrinsically related to the culture of the diet (which will be explained later), but is related to the refusal to consider other animals as products and to stop consuming them as part of this active rejection of speciesism.

The problem arises when, in an attempt to bring veganism to as many people as possible, and as if it were an advertising campaign, we make use of the concepts that the system creates for us. Concepts that are not neutral, but correspond to a logic of body and gender domination.

Diet culture is the popularisation and normalisation of diet as a mechanism of body control. The type of dieting that is promoted from this thin-centric and patriarchal perspective aims to reduce weight or body measurements and is achieved through dietary restriction (and is often combined with certain sports to burn calories or fat and the consumption of certain diet products or medicines).

Diet culture cannot be understood without taking into account the consumerist capistalist context: a system that sells (imposes) you transgenic foods and junk food on the one hand, and on the other hand offers you weight loss creams and pills, diets, light products, surgical operations such as liposuction or stomach reduction, etc.

This perverse logic has a precise aim: to exert control over bodies so that they are made in a certain way (according to the hegemonic standard: thin, ‘beautiful’, feminine, white, heterosexual…) and to draw economic benefit from it through consumption. Pharmaceutical companies, diet shops or beauty centres base their profits on this logic.

The culture of dieting has harmful repercussions on people’s bodies, making us believe that we can adapt to a single body model (which in reality is unattainable in most cases) and forcing us to exercise violence against ourselves and others in pursuit of that goal.

Returning to the critique of fatphobia, reducing the ethical and political potential of veganism (as a position of social justice¹) to a lower-fat, light, ‘healthy’ diet may be beneficial to other animals in the immediate term (although this is a questionable claim), but in the meantime it perpetuates a whole system of bodily violence.

On the other hand, focusing veganism on health discourses leads us to leave aside those who truly suffer² of this system of oppression: the non-human animals. All the body-positive³ aspects of a vegan diet are side benefits of a non-anthropocentric goal, which is to value the lives and bodies of non-human animals. “Selling” veganism as a slimming diet distances us from animal liberation and positions us in complicity with fatphobia and diet culture.

Why then is it so difficult to understand that there are fat people that are also vegans? Because the thinness of vegans is still taken for granted. Vegan bodies are and always have been diverse.

Veganism has for too long been associated with the thinness=health package. Although let us not forget that the stereotype of the vegan person as an anaemic protein deficient person is also common (this prejudice is less beneficial to the spread of veganism).

Perhaps an important point is to understand the diversity of bodies, sizes and measurements that also exist among vegans and to be critical of the systems of domination that we can reproduce when we try to promote respect for other animals.

Drawing of an elephant and a naked white fat woman in the centre. Around them reads the poem: “Of you, of your desire for domination, of your SYSTEM, of your normality, of your narrow spectrums, we escape and burst. Because so much desire for life, for freedom cannot be contained in your world, so we, our bodies, become DISSIDENT”.

Capitalism, veganism, gender and the business of diets

Capitalism appropriates diets as profit-generating control mechanisms. All diets are fomented or imposed, without exception. Because if you are fat, you have a restrictive diet waiting for you to become who you have to be (with creams, bands, gyms, therapies). But if you are a baby or a child, they have the nutritionism in their hands with which to create manuals on healthy diets for every age group. You have no way out because mothers, schools and paediatricians follow this manual to the letter without questioning it, without really understanding what it says and without criticising the companies that subsidise it and make it say what it says. And even when you are an adult, you get lost in a world where you don’t see the alternatives that exist, that are too expensive or require too much time and effort. You give up because the supermarket has everything, is close by and never closes (enslaves human beings), when you go shopping it is cheaper to buy 5 instead of 1 and you end up eating supermarket food all week. Or alternatives arise and when they become strong, capitalism takes over and so you always eat what they want. To get out of that you have to fight to eat and, because it’s something you do several times a day, you have to empower yourself, politicise the way you eat and fight by eating.

Where is veganism in all this? It is everywhere. Because, without being eaten or drunk, veganism has joined the various mechanisms of oppression. Because if you’re vegan your parents, your neighbours, the waiters in the bars think you’re on a diet, that you’re worried about your weight. Why: vegan and fat? That’s impossible, you’re cheating. At this point they not only do violence to your body, but they despise your ability and your political interest; because we obviously only care about weight loss and clothes.

When you think that among vegans you are safe, you find yourself human beings who call themselves vegan, associating veganism with a mere diet, looking for thinness or health. And the political and ethical structure that you have built with your hands and nails is hidden and diminished; the discourse, the content disappears. The same companies that make profits by enslaving animals, by fomenting their consumption and exploitation, show another face and appropriate veganism, make it a fashion and create elitist products that they call vegan. On the one hand and on the other, the money and the power are theirs. And it doesn’t end there: vegans appear with a political discourse that uses fatphobia and other forms of oppression to promote veganism.

And just when you’re about to burst, feminism appears, criticising the diet culture and accusing you of fomenting a new, even more restrictive one. Your bones break, your throat bleeds from screaming that this has nothing to do with veganism; your words go unheard. You think: since when is taking over other people’s bodies to eat them and giving in to capitalist imposition a struggle?

Because really… where is veganism in all this? Nowhere. Veganism is a position, a political and ethical struggle according to which we renounce the exploitation, imprisonment and enslavement of human and non-human animals. Only part of it has to do with what you eat, but this part is included in the refusal to treat animals as products or slaves, rejecting this kind of consumption. Nothing, it has nothing to do with the size of our bodies, of any bodies. It has to do with empathy and solidarity with the oppressed. Because we are vegan, not the food, and not the food created by capitalism, because to stop consuming animals you don’t need a company to create a product for you: the earth can give it to you.

Know this: we are vegan because we don’t want to contribute to the exploitation of individuals; we are only interested in fatphobia in order to destroy it; we are not worshippers of thinness as the dominant model; we throw fashion in the bin; all the mechanisms and structures created by capitalism disgust us.

Against all kinds of body oppression

The speciesist oppression to which non-human animals are systematically subjected can be understood as a form of oppression anchored in a concrete body type: the non-human.

Historically, the non-human, the feminine, what falls outside the standard of beauty of the day has represented what is mocked, what is rejected: what does not deserve respect.

The proposal we make is to put the body at the centre, as the place where this oppression manifests itself and over which the power we reject is exercised. As vegans aware of the oppressions of gender and the body, we feel the need to be self-critical, because not everything is valid in the spread of veganism.

In these times of fierce capitalism, the body is our den, our space in the world. Would it not be better to create alliances between cows, whales, seals, elephantesses and humans? Let us be closer to each other, different, each day a little more comfortable in our bodies. Let us not play the game of the powerful who separate us and put us in competition.

Because for many of us, animal liberation means expanding the range of bodies we deserve respect for: we do not accept discrimination based on weight, size or species.

Notes to Translation:

¹ We translate the expression “Social Justice” literally despite the fact that the term does not satisfy us. Although the intention is to refer to a society that is regulated according to the principle of equity, this expression has been used with regularity within the institutional political system and by some movements that do not represent us. For this reason and because of the obvious reference to the justice system, we distance ourselves from this term.

² The original translation would have been “the true victims” but we want to distance ourselves from a victimizing perspective of non-human animals and recognize their ability and willingness to react to the violence that they suffer

³ By positive aspects of a vegan diet, for the avoidance of misunderstanding, we do not mean weight loss but the reduction of the risk of cardiovascular pathologies and the prevention of some cancers.